Leggere di Avanguardie ci fa approdare nella quotidianità dell’ormai scritto e del da tempo stabilito.

Tutto è indiscusso e consolidato fino a quando affiora da un articolo un sottile riferimento ad una personalità fuori dalle righe.
Lo scenario, ordinato per avvenimenti, vicende e manifesti cambia improvvisamente, tanto da mettere in discussione ciò che si dava ormai per assodato fino a riesumare addirittura la salma di Duchamp.
Con un tono incerto mi piace pensare davvero che “il y a une femme dans toute les affaires”, e indago.
Distinguo la natura di un personaggio che fa dell’arte la sua vita anticipando, anche in maniera inconsapevole, gli sviluppi processuali di alcune delle più significative correnti artistiche del XX secolo.

Wheels are Growing on Rose Buches, inchiostro su carta, Elsa von Freytag-Loringhoven, 1921-22.

Elsa von Freytag-Loringhoven (o più comunemente baronessa Elsa 1874 – 1927), parte da Swinemünde prima di approdare a Parigi, luogo in cui fa il suo “ultimo scherzo” (parole con le quali la scrittrice Djuna Barnes definiva la sua morte), ormeggia a New York City, in un quartiere che attira forme inedite d’arte e letteratura e che sta diventando crocevia di idee e snodo di relazioni determinanti. Elevata a modella e musa di artisti come Man Ray e Marcel Duchamp, diviene ben presto una leggenda vivente del Greenwich Village e nel 1918 le sue poesie vengono pubblicate sulla rivista Little Review al fianco dell’Ulisse di James Joyce.

I suoi flussi anticonformisti e avveniristici rivelano una produzione artistica impegnata e zelante, fatta di collage, assemblage e ready-made, in un compiuto stile Dada, tanto che alcune

teorie le attribuiscono la maternità del movimento, se non addirittura il concepimento dell’opera icona di quest’ultimo attribuita a Marcel Duchamp: Fountain. L’orinatoio, ruotato di 90 gradi dalla sua normale posizione, e una firma – R. Mutt 1917 – sarebbero solo l’esecuzione formale, da parte di Duchamp, di una collaborazione complessa tra “l’autore” e la baronessa.

Ma chi è Elsa von Freytag-Loringhoven?

Il suo spirito d’avanguardia traccia il profilo di una poetessa del non-sense ma l’apparente caos dei suoi scritti scruta e definisce un attento e suggestivo equilibrio; la libertà immaginativa dalla matrice umoristica, femminista e sessualmente evocativa fa di Elsa un’artista caustica ed emancipata che, attraverso riflessioni interiori e stimoli liberatori, sgombera la coscienza e ridisegna la funzione di ogni forma d’arte a lei affine.

La baronessa Elsa von Freytag-Loringhoven nel suo appartamento al Greenwich Village, dicembre 1915.
La baronessa Elsa von Freytag-Loringhoven nel suo appartamento al Greenwich Village, dicembre 1915.

Forse inconsapevole della potenza concettuale del suo portmanteau, quando scrive Elsa sceglie di trattare il medium testuale come parte integrante del campo emotivo: seleziona gli inchiostri, le carte, la direzione del testo, i margini, poiché essi sono necessari per il completamento del significato della poesia stessa; quando veste, lo fa con l’idea di trasformare il suo corpo in opera d’arte, anticipando almeno di quarant’anni le poetiche femministe di artiste del calibro di Rebecca Horn, Carolee Schneemann, Vanessa Beecroft – per citarne alcune.

Le sue ispirazioni la portano ad un eccentrico ma ricercatissimo abbigliamento utilizzato non come corredo, piuttosto come primo veicolo espressivo della sua arte e, mentre Jane Heap la fotografa come “l’unico vivente che veste Dada, ama Dada, vive Dada” (Little Review, primavera del 1922), la sua biografa Djuna Barnes in un articolo apparso a New York nel 1916 la descrive così:

Esce da un taxi con settanta cavigliere tintinnanti color  nero e viola ai suoi piedi secolari, una busta per lettere di spedizione all’estero e un francobollo posato sulla guancia, una parrucca color d’oro e porpora ricavata dai fili di un grosso cavo che un tempo serviva per ormeggiare le imbarcazioni provenienti dal lontano Chatay, metafora di un sempre perpetuo ritorno a lei come un porto e  sgargianti pantaloni rossi;  sembra un alieno umano antico su cui sono state scritte tutte le follie di una generazione passata.

Ma non parlavamo dell’ipotetica madre del Dada?

Fountain, photograph of sculpture by Marcel Duchamp, Alfred Stieglitz, 1917.
Fountain, photograph of sculpture by Marcel Duchamp, Alfred Stieglitz, 1917.

 

Irene Gammel, autrice di Baroness Elsa: Gender, Dada, and Everyday Modernity – A Cultural Biography, inanella una teoria fatta di documenti e similitudini concettuali.
Nella sua pubblicazione rivela alcune righe di una lettera di Duchamp del 1917 nella quale l’artista, scrivendo alla sorella Suzanne, direbbe: “Una mia amica che ha adottato lo pseudonimo di Richard Mutt mi ha inviato un orinatoio di porcellana come scultura.”

La scrittrice pone a confronto la produzione femminista di Elsa con quella dada di Marcel rispetto a Fountain. Con un’attenta analisi valuta come più attendibile l’estetica (e)scatologica e le metafore allusive della baronessa rispetto all’atteggiamento di rinnovamento di Duchamp che passa per la demolizione del conformismo ottico e mentale di quel tempo. La baronessa si serve di un banale tubo piegato ed un piedistallo di legno per richiamare le sue eco sessuali, mentre Duchamp dissacra la società tradizionalista di cui fa parte (servendosene) apponendo dei baffi all’idolatrata Gioconda.

E seppure i rimandi concettuali o ironici ad argomenti triviali fossero più riscontrabili in GOD che in L.H.O.O.Q. (opere pressoché contemporanee a Fontain), cosa potremmo trarre da una scoperta così sconcertante?

God, tubo piegato su piedistallo di legno, Morton Shamberg & Elsa von Freytag-Loringhoven, 1917.

Ebbene, nulla! Ciò che resta, al di là della maternità o paternità di Fountain, è la provocazione epocale.
Il gesto titanico di rovesciamento culturale per mezzo del ribaltamento fisico di un oggetto fa esplodere le apparenze e promuove un atteggiamento dissacrante che innerva uno spirito concettual-comportamentale da cui non si potrà più prescindere e col quale le arti visive dialogheranno, evocandone consapevolmente o loro malgrado, gli aspetti anarchico-intellettuali.

 

Se lo stesso Duchamp, parlando della sua pretendente, diceva “La baronessa non è una futurista: lei è il futuro!”, indagando potremmo solo paragonare la vita di Elsa a Fountain per l’audacia con la quale sia lei che l’orinatoio hanno congiunto l’arte alla vita, assegnandole un concetto inedito e ribaltandone il senso per nobilitarne l’esistenza.

 

 

Riferimenti:

Portrait of Marcel Duchamp with his work “L.H.O.O.Q.”, ©Nat Fein, Vente Me Le Mouël, Mme Esders, Drouot, Paris, 1965.
Portrait of Marcel Duchamp with his work “L.H.O.O.Q.”, ©Nat Fein, Vente Me Le Mouël, Mme Esders, Drouot, Paris, 1965.

Baroness Elsa. Gender, Dada, and Everyday Modernity. A Cultural Biography, Irene Gammel, MIT Press, Cambridge MA 2002.

SANTE GONNE. La vita della baronessa Elsa, René Steinke, Alet Edizioni, Padova 2011.

University of Maryland Libraries: http://www.lib.umd.edu/dcr/collections/EvFL-class/

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