Si chiama Mudec, Museo delle Culture, ed è il nuovo centro espositivo dedicato all’Intercultura del Comune di Milano.

Maschera Atelier Suku, Repubblica Democratica del Congo, inizio XIX secolo Legno, altezza cm 40 Zurigo, Museum Rietberg, Inv. EFA 1 Credito fotografico: © Museum Rietberg, Zurigo / foto Rainer Wolfsberger.
Maschera Atelier Suku, Repubblica Democratica del Congo, inizio XIX secolo Legno, altezza cm 40 Zurigo, Museum Rietberg, Inv. EFA 1 Credito fotografico: © Museum Rietberg, Zurigo / foto Rainer Wolfsberger.

Nasce da un’opera di recupero di archeologia industriale nell’area dell’ex fabbrica Ansaldo, in zona Tortona ed ha tutto l’interesse a costruire un luogo multidisciplinare che rifletta le diverse culture del mondo, ponendole a confronto attraverso testimonianze di vari climi intellettuali ed etnografici.

 

Concepito come luogo d’incontro per le comunità e le culture, il museo ha aperto i battenti proprio in occasione dell’Esposizione Universale e lo scorso 27 marzo ha inaugurato la mostra dal titolo Africa. La terra degli spiriti, curata da Ezio Bassani, Lorenz Homberger, Gigi Pezzoli e Claudia Zevi.

L’esposizione analizza la storia dell’arte africana sotto il profilo paradigmatico, estetico ed esoterico, dando valore ad un’arte che si diffonde in Europa già dal Medioevo, per via di guerre, colonizzazioni e contatti pacifici che ne consentono le influenze.
Con circa 270 pezzi, Africa definisce gli incontri dei talenti artistici delle popolazioni africane con l’Europa, evidenziando la sorprendente ricercatezza dei manufatti e rammentando le tristi sorti di una cultura sottratta allo spirito dei luoghi e che, lungo i secoli, trova dimora nell’Occidente europeo e, in alcuni casi, nelle esibizioni delle Camere delle Meraviglie imperiali.

Essa mette in luce il cambiamento che ha subito l’arte occidentale europea, in seguito al suo incrocio con un tipo di figurazione spirituale, lasciandone trasparire i debiti nei confronti della cultura africana.
Difatti, lungo l’esposizione si scoprono le dinamiche evolutive del linguaggio dell’arte europea,

evidenziando nell’art nègre il perno su cui ruotano le avanguardie storiche.

Nei capolavori esposti, si ritrovano le forme di quell’unità plastica che aveva sconvolto Pablo Picasso al Museo Etnografico del Trocadéro di Parigi e che consentiranno la sua evoluzione pittorica dal dipinto Les demoiselles d’Avignon nel 1907, a La Capra, scultura degli anni Cinquanta, fino al suo ultimo autoritratto che nell’immediatezza del segno rievoca alla mente una peculiarità tutta africana, di superamento del concetto d’identificazione del soggetto per mezzo della rappresentazione dell’opera d’arte, in virtù di una conseguenza dell’essere. Continua a leggere…

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